di Lorenzo Cinquepalmi
Ogni settimana si registra qualcosa di nuovo sul fronte del confronto tra governo e magistrati: la nomina del nuovo vertice della Associazione Nazionale Magistrati pare avere avviato un primo timido tentativo di disgelo. La scorsa settimana avevamo auspicato che si ritrovasse un minimo di ragionevolezza da ambo i lati nel rapporto politica-magistratura e il nuovo presidente dell’Anm Cesare Parodi ha dichiarato in un’intervista che sarebbe “doveroso formulare un invito per essere ricevuti dal governo perché desideriamo mantenere aperto un dialogo”, come si legge oggi aprendo il sito istituzionale del sindacato delle toghe. Quasi in contemporanea, però, il pure neoeletto segretario dell’Anm Rocco Maruotti entra a gamba tesa nel tema affidando, lui che è Pm a Rieti, al bollettino delle procure, una bellicosa dichiarazione: “Sulla riforma i magistrati non trattano, quel testo va ritirato. L’incontro con Meloni? Ho dubbi sull’utilità”. Diciamo che è difficile non avere la sensazione di una qualche frizione nel campo dei magistrati. Le scorse settimane, i sondaggi di Diamanti e Pagnoncelli confermano un elemento di cui da parecchio tempo si ha una percezione nitida: i magistrati non sono più considerati dai cittadini quali paladini della legalità contro i soprusi della politica, come ai tempi di Mani Pulite, e la fiducia nei loro confronti è crollata a livelli che, se paragonati con quelli degli anni ‘90, hanno il sapore della bocciatura senza appello. Lo snodo bollente è uno, oggi: la separazione delle carriere. L’ordinamento attuale consente ai magistrati di transitare una volta, in carriera, dal ruolo requirente (i pubblici ministeri) a quello giudicante. Con la riforma in discussione, ogni magistrato si troverebbe inserito, ovviamente a sua scelta, nella carriera requirente o nella carriera giudicante all’inizio della sua vita professionale, col destino di rimanervi indissolubilmente legato per sempre. Lo spauracchio agitato dalla magistratura militante, quello del controllo della politica sulle procure, è una bufala: se l’autogoverno delle due carriere separate resterà affidato a due Csm indipendenti, come indipendente è oggi il Csm comune, con le stesse attuali maggioranze di due terzi di componenti togati, le possibilità di ingerenza resteranno pari a quelle di oggi, cioè pressochè nulle. Le ingerenze, a onor del vero, rammentando la vicenda Palamara e il racconto che lo stesso ex presidente Anm ha fatto di come venivano condizionati gli incarichi direttivi, i magistrati se le sono sempre fatte da soli e tra di loro. Il tema vero è un altro, ed è semplice, come abbiamo già scritto in passato: la visibilità e il potere traducibile in carriera, nella prima fase della vita professionale di un magistrato, sono maggiori nel ruolo di pubblico ministero. Ma gli incarichi direttivi, dalla mezza età in poi, sono cinque volte tanti nel ruolo giudicante. Ecco perché il “partito dei Pm”, che condiziona più di ogni altro sia l’Anm che certa stampa (tanto il presidente Parodi che il segretario Maruotti sono pubblici ministeri), è pronto a ingaggiare una lotta all’ultimo sangue contro la riforma che li condannerebbe Pm a vita, anche perché hanno tutti ben chiaro che il tempo gioca contro di loro. Infatti, i sondaggi di Diamanti e Pagnoncelli risultano del tutto coerenti con il sondaggio Swg per La7, che dava gli italiani favorevoli alla separazione delle carriere al 63%. Cioè, nonostante la grancassa giustizialista di buona parte dei media, che finisce sempre per esaltare il ruolo dei pubblici ministeri, gli italiani non hanno più fiducia nei magistrati in generale e cominciano a capire che chi giudica deve restare ben distante da chi accusa perchè da questo dipende la libertà di tutti in un Paese che, è bene ricordarlo, conta mediamente mille errori giudiziari gravi ogni anno: mille poveri cristi che chiedono il risarcimento per essersi fatti la galera vedendosi poi assolti. Schiera a cui bisogna aggiungere quanti il risarcimento non lo hanno chiesto per cento ragioni, e quelli a cui viene negato sostenendo, ipocritamente, che con il loro comportamento hanno indotto in errore chi li ha carcerati! Non intendiamo sostenere che tenendo i giudici ben lontani dai pubblici ministeri questo orrore sparirà come per incanto, ma di certo gli errori giudiziari non saranno più condizionati dall’ansia di carriera di un Pm supportato dal malinteso senso di colleganza di un Gip. E sarà un bel passo avanti.